[giorni di guerra] una poesia di Ingeborg Bachmann

Agosto 13, 2008 by ubik

tutti i giorni di Ingeborg Bachmann

(traduzione di Maria Teresa Mandalari)

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’innosservanza
di tutti gli ordini.

[da Poesie, Guanda, 1978]

“i migliori anni della nostra vita”

Agosto 13, 2008 by ubik

L’altra sera solita afa e solito cinema sotto casa. EvaK il film l’aveva già visto, io l’avevo perso. Quindi al cinema da solo. Che insieme alle visioni pomeridiane è una delle cose che mi piace. Sedersi in tutta pace e solitudine, pochi pensieri e pronto ad assorbire e gustare uno dei film che volevo vedere. Il film mi è piaciuto anche se nel secondo tempo mi è sembrato un pochino ambizioso. Comunque mi ha soddisfatto. Perché ben fatto e girato con un tocco surreale che poi –credo- fosse l’unico modo per raccontare una figura tanto complessa e tanto “sporca” della nostra storia. La soddisfazione per me poi stava anche nel fatto che sono cresciuto mal sopportando questa figura che negli anni in cui mi affacciavo e mi appassionavo alla politica. Tutta la rabbia e l’insofferenza si traduceva nelle risate amare che mi facevo leggendo Cuore e nell’indignazione che tra amici facevamo circolare. E poi la soddisfazione di un regista che ha saputo raccontare al momento giusto l’ambigua mediocrità di un politico losco quanto modesto. Di tutti i film civili e cosiddetti d’impegno (generalmente noiosi perché didascalici e retorici) Sorrentino ha saputo ritrarre in modo definitivo e che mette una pietra sopra la fama dell’arguto “statista”. Rimarrà questo ritratto e nessun altro racconto o film potrà raccontare gesta che non ci sono state, smentire complotti e complicità atroci. Logico che il nostro “divo” ci rimanesse male alterandosi. Segno che il lavoro è stato ben fatto. Questa è l’immagine che rimarrà di lui. Il titolo del post si riferisce alla canzone di Renato Zero che nel film sottolinea un bel momento e da conto di quegli anni. Non sono poche le sequenze e le scene suggestive che a me hanno lasciato senza fiato.

Il Divo, recensione di Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera del 23 maggio 2008


Accolto da applausi alla proiezione per la stampa, il Festival ha finalmente svelato ieri sera com’ è Il divo di Paolo Sorrentino, ritratto dell’ uomo politico più longevo e potente d’ Italia, raccontato negli anni - i primi Novanta - in cui guidò il suo ultimo governo, fu nominato senatore a vita, non riuscì ad essere eletto presidente della Repubblica (i suoi colleghi di partito gli preferirono Scalfaro) e dovette subire due processi: per associazione mafiosa a Palermo e per l’ omicidio del giornalista Mino Pecorelli a Perugia. Da cui uscì indenne. Giulio Andreotti come incarnazione del Potere Assoluto, come lo specchio più veritiero per leggere la Storia dell’ Italia, come il politico che meglio di tutti ci spiega che cos’ è la (nostra) Politica. Niente metafore. Niente ideologie. La concretezza dei nomi e dei cognomi, dei volti riconoscibili: la scommessa di Sorrentino era rischiosa e spiazzante e per questo la sua riuscita è ammirevole e preziosa. Perché insieme a Garrone e a Munzi certifica l’ esistenza di un cinema italiano finalmente adulto, autorevole, coraggioso. Quale che sarà il responso della giuria di Cannes. Il divo si apre con la nascita del settimo governo Andreotti e si chiude con il suo rinvio a giudizio per mafia e assassinio, ma il film non vuole essere una ricostruzione cronachistica di quegli anni. Piuttosto mescola e intreccia, con uno stile insolito e sorprendente, pubblico e privato, impressioni e fatti, per restituire l’ atmosfera di un periodo cruciale per la storia d’ Italia, quello in cui sarebbe nata Tangentopoli e sarebbe morta la Prima Repubblica ma soprattutto in cui il rapporto tra Politica e Paese sarebbe stato più scollato e volatile. Per questo è un film sull’ idea di Potere e solo di conseguenza su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado. Sorrentino, che ha scritto da solo la sceneggiatura con la consulenza giornalistica di Giuseppe D’ Avanzo, non procede per fatti o denunce, ma piuttosto per immagini, suoni e associazioni visive. La cronologia mescola gli avvenimenti per lasciare all’ occhio (più che alla memoria) il compito di guidare lo spettatore, affidando spesso alle donne - la moglie Livia (Anna Bonaiuto, maiuscola), la segretaria Enea (Piera Degli Esposti, altrettanto grande), una nobildonna (Fanny Ardant) - il compito di fare da controcanto alla politica e agli atti pubblici. Non tanto perché sia il privato la chiave con cui «svelare» i segreti di Andreotti, quanto perché quell’ ambito permette al regista maggior libertà e invenzione. In questa logica, il grottesco (mai sottolineato come in Petri ma sempre ammorbidito dal sottotono della recitazione) diventa la chiave estetica per capire il vero volto di una Politica che altrimenti rischierebbe di ridursi a un campionario di gag: le camminate notturne per via del Corso, le confessioni in chiesa, la partita di caccia con Bontade, la serata a sentire Renato Zero in tivù con la moglie sono tutti momenti dove la grandezza dell’ interpretazione di Servillo (una prova davvero immensa, la sua, che ne pone la candidatura ala Palma), dove quei volti, quelle pose, quelle parole (che lavoro sulla voce!) diventano altrettante chiavi per entrare nei misteri di Andreotti e del Potere. E lo «zoo» della sua corrente, guidata da un perfetto Bucirosso/Pomicino e da un inquietante Bucci/Evangelisti, diventa l’ altra faccia del divo Giulio, il «letame che serve per far crescere gli alberi», come disse in una delle sue battute citate nel film. Per questo, alla fine, la lettura politica del film non è affidata a qualche rivelazione estemporanea (bacio a Riina sì, bacio a Riina no), ma a una «confessione» verosimile: «La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch’ io». Forse Andreotti non l’ ha mai neppure pensato, ma il Potere sì. E in Italia l’ ha messo anche in pratica

i cattolici stiano zitti!!!

Agosto 13, 2008 by ubik

L’ironia di questi mesi è questa: parecchia gente di sinistra si è accanita e scagliata contro la chiesa, i preti, politici credenti quando esprimevano dubbi e contrarietà su alcuni temi etici (che oggi lo faccia la destra non è che la riconferma della pochezza dei suoi rappresentanti e ideologhi). Si è discettato sulla non ingerenza degli uomini di chiesa nella vita politica e/o pubblica. Non è ingerenza anche questa? Posizione tosta assunta ieri che però oggi mi sembra latitare. Infatti gli stessi oggi neanche alzano il sopracciglio per stigmatizzare, denunciare, criticare editoriali come quello pubblicato da Famiglia Cristiana (che ricordo non era stato tenero con il centrosinistra e che per questo fu criticato con argomenti laicisti). Quindi due pesi e due misure? O in segreto si è capita la burinaggine di attaccare il diritto di parola e di espressione anche religiosa (da parte poi degli alfieri dell’illuminismo, pensa te) ? Rimane il fatto che posizioni limpide e dure oggi vengono prese in tutta solitudine da don Sciortino o dal direttore della Caritas intervistato oggi dal quotidiano di Di Pietro: l’Unità, dove ribadisce la preoccupazione e l’allarme di una politica autoritaria. L’unica cosa di cui stupirsi è il silenzio depresso e sbandato di tutta l’opposizione: dal PD alle estreme, movimenti e partiti. Ripropongo l’editoriale: una delle rare prese di posizione di “sinistra”.

Editoriale del direttore: Antonio Sciortino da Famiglia Cristiana n. 33 del  17 agosto 2008


MILITARI IN STRADA E SINDACI SCERIFFI: IL RISCHIO È UNA GUERRA TRA POVERI

IL PRESIDENTE SPAZZINO
NEL “PAESE DA MARCIAPIEDE”

Bene fa il Governo a prendere provvedimenti su annosi problemi. Ma riuscirà a fugare il sospetto che quando è al potere la destra i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?

È un “Paese da marciapiede” quello che sta consumando gli ultimi giorni di un’estate all’insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell’accattonaggio da quelli veri.

A Roma il sindaco Alemanno, che pure mostra in altri campi idee molto più avanzate di quelle che il pregiudizio antifascista gli attribuisce, caccia i poveri in giacca e cravatta anche dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati. Li chiamano scarti, ma lì si trovano frutta e verdura che non sono belli da esporre sui banchi di vendita. E allora se vogliamo salvare l’estetica, perché non facciamo il “banco delle occasioni”, coprendo con un gesto di pietà (anche qui “estetico”), un rito che fa male alle coscienze? Nei centri Ikea lo si fa, e nessuno si scandalizza. Anzi.

Ma dai marciapiedi sparisce anche la prostituzione (sarà la volta buona?) e sarebbe ingeneroso non dare merito al Governo di aver dato ai sindaci i poteri per il decoro e la sicurezza dei propri cittadini. A patto, però, che la “creatività” dei sindaci non crei problemi istituzionali con questori e prefetti e non brilli per provvedimenti tanto ridicoli quanto inutili; e che il Governo non ci prenda gusto a scaricare su altri le sue responsabilità, come con l’uscita tardiva e improvvida (colpo di sole agostano?) della Meloni e di Gasparri, che hanno chiesto ai nostri olimpionici di non sfilare per protesta contro la Cina (il gesto forte, se ne sono capaci, lo facciano loro, i soliti politici furbetti che vogliono occupare sempre la scena senza pagare pegno!).

Tornando al “Paese da marciapiede”, ha fatto bene il cardinale Martino, presidente del Pontificio consiglio per i migranti, ad approvare la lotta al racket dell’accattonaggio senza ledere il diritto di chiedere l’elemosina da parte di chi è veramente povero. Il cardinal Martino ha posto un dubbio atroce: la proibizione dell’accattonaggio serve a nascondere la povertà del Paese e l’incapacità dei governanti a trovare risposte efficaci, abituati come sono alla “politica del rattoppo”, o a quella dei lustrini?

La verità è che “il Paese da marciapiede” i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l’attenzione con le immagini del “Presidente spazzino”, l’inutile “gioco dei soldatini” nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato). Ma c’è il rischio di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le “buffonate”, che servono solo a riempire pagine di giornali.

Alla fine della settimana scorsa sono comparse le stime sul nostro prodotto interno lordo (Pil) e, insieme, gli indici che misurano la salute delle imprese italiane. Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni. L’impresa cresce, l’Italia retrocede. Mentre c’è chi accumula profitti, mangiare fuori costa il 141% in più rispetto al 2001, ma i buoni mensa sono fermi da anni. L’industria vola, ma sui precari e i contratti è refrattaria. La ricchezza c’è, ma per le famiglie è solo un miraggio. Un sondaggio sul tesoretto dei pensionati che sarà pubblicata su Club 3 dice che gli anziani non ce la fanno più ad aiutare i figli, o lo fanno con fatica: da risorsa sono diventati un peso.

È troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?

“una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile”

Agosto 9, 2008 by ubik

Cinema d’agosto in città significa o arene o scegliere tra le poche sale aperte. E visto che le arene ripropongono i film dell’inverno (bei tempi quando invece si andava per rassegne e vecchi film) l’unico film decente che potevamo andare a vedere era “Il Cavaliere Oscuro”. Ora: conoscete la mia passione per i fumetti dei super-eroi, in particolare quelli targati Marvel. Superman e Batman stampati dalla Dc comics mi lasciavano tiepidino. E conoscete la passione di EvaK per gli aggeggi e i trucchi dei vari James bond e Diabolik. In questo il film non delude, e nel suo genere è meno giocattolone di altri.

Comunque Frank Miller sulla carta e il cinema hanno riletto la figura di Batman con straordinaria (post)modernità. E quindi il cinema sotto casa, l’afa, la voglia di un film ci hanno spinto ieri sera per quasi tre ore nell’oscuro anche folle dell’animo umano. Insomma un bel film. Ci è piaciuto. Di seguito il Mereghetti parla del film e della straordinaria (veramente straordinaria e inquietante) interpretazione di Joker da parte dello sfortunato e scomparso Heath Ledger.

il Cavaliere Oscuro, recensione di Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera, 23 luglio 2008

Non era facile reinventare un mito così strutturato e insieme così lineare come quello di Batman. Se il fumetto di Bob Kane aveva perso ben presto il suo «lato oscuro» (l’ uso delle armi, che ne facevano un «fuorilegge», durò solo due anni, fino al 1941), la rilettura cinematografica operata da Tim Burton nel 1989 gli diede quelle componenti neogotiche e claustrofobiche che ne facevano una specie di eroe post-moderno, solitario e infelice come i suoi antagonisti. Quando nel 2005, Christopher Nolan decide di ripartire da zero (non a caso il suo film si intitolava Batman Begins), si trova a dover creare una «mitologia» facendo tabula rasa del passato per inventare un nuovo vendicatore mascherato, che si rivelerà meno fumettistico - nonostante i debiti con gli album di Denny O’ Neil & Neal Adams e di David Miller & David Mazzucchelli - e risolutamente più adulto. E forse ci voleva proprio un regista inglese per mettere al centro del personaggio e del film quel senso di colpa «connaturato» alla cultura americana che in nome della propria opulenza si sente in debito verso i meno fortunati. E sa per esperienza che il Bene non è mai separato dal Male. Così, quando la Warner gli affida una nuova produzione, Nolan può permettersi - per la prima volta - di «cancellare» il nome Batman dal titolo e costruire tutto il film sulla tentazione del Male e il pericoloso fascino della Vendetta. Inventando ex novo un antagonista che lascerà un segno nella storia dei «cattivi» cinematografici: lo sfregiato Joker, l’ ultimo personaggio interpretato (fino alla fine) da Heath Ledger prima della prematura morte. È lui l’ anima dannata del film - narrativamente ma anche filosoficamente - ed è lui l’ antagonista capace di far esplodere le contraddizioni che ognuno si porta dentro. A cominciare dai tre paladini della giustizia che cercano di opporvisi: Batman, naturalmente (affidato come nel film precedente a Christian Bale), e poi l’ onesto poliziotto Gordon (Gary Oldman) e l’ ambizioso procuratore Dent (Aaron Eckhart). Nella lotta che i tre conducono, non senza conflitti reciproci, contro la mafia e il suo impero economico entra a sorpresa proprio il Joker che si offre alla malavita come l’ unico capace di fermare Batman. Anche se ben presto il suo «compito» si trasforma in una guerra senza quartiere contro l’ ordine costituito e l’ umanità tutta, di cui si diverte a far emergere l’ egoismo e la voglia di violenza e cattiveria. E proprio questa apologia del Male diventa il tema centrale del film, con l’ eroe negativo che teorizza lo scontro per lo scontro e il caos per il caos, mescolando parole d’ ordine anarchiche a suggestioni situazioniste. Mentre i tre eroi «positivi» sono costretti a fare i conti con i limiti e il senso delle loro azioni, continuamente messe in discussione da una voglia di vendetta che finirà per travolgere tutto o quasi. In questo modo il film si colora di echi apertamente langhiani (ogni uomo nasconde in sé un potenziale assassino), che finiscono per concretizzarsi nell’ esplicita citazione della Gloria Graham del Grande caldo, con il volto metaforicamente diviso in due metà, una affascinante e una orripilante. Come infatti succederà al viso del procuratore Dent dopo l’ esplosione da cui Batman lo strappa mentre avrebbe voluto salvare Rachel (Maggie Gyllenhaal), la donna amata da entrambi: da un lato conserva il suo volto fiducioso e positivo, dall’ altro il fuoco accentua la smorfia orrida e criminale di un essere crudele e vendicativo. E questa idea del volto come indice di moralità (specchio dell’ anima?) finisce per diventare una delle chiavi di lettura del film, dall’ ossessione di tanti per smascherare il vero volto di Batman (nuova variante del vecchio «farsi vedere a volto scoperto») al trucco sbavato e ferino di Joker. Che proprio in quella specie di maschera «non finita», con il rossetto che non rispetta più i lineamenti della bocca e delle cicatrici e la biacca che non copre le rughe e le asperità del corpo, trova la perfetta messa in forma dell’ ambiguità e dell’ indeterminatezza morale che lo identificano. A cui Ledger aggiunge una recitazione sapientemente inquietante che ha giustamente lasciato il segno e che lo candida a ricevere il secondo Oscar postumo della storia, dopo quello a Peter Finch per Quinto potere. E se alla fine il messaggio di un bambino e il comportamento delle persone stivate nei due traghetti sembrano lanciare un messaggio di speranza e di fiducia nei comportamenti del genere umano, la vera morale del film resta quella di una ambigua lezione sul «lato oscuro» della vendetta e sui limiti che si possono raggiungere per piegare il Male ai fini del Bene. Anche a costo di tradire la verità.

adozione internazionale: 1, 2, 3…2

Agosto 9, 2008 by ubik

Nessuna crisi di astinenza, ma visto che avanza del tempo e che per i pochi giorni di vacanza c’è più di qualche giorno vi aggiorniamo sul versante adozione. Quindi: fatica, esasperazione, follia, documenti, speranze, ansie, ragionamenti…tutto questo trova finalmente riposo. Già. come scritto in precedenza siamo stati finalmente a Venezia e abbiamo consegnato tutti, dico t u t t i, i documenti che ci erano stati chiesti. Impresa non facile e che soprattutto negli ultimi giorni ci aveva stressato oltre modo. Tenere insieme la razionale pazienza e l’emotiva rabbia non è stato facile e sono, anzi siamo scandalizzati per quello che viene chiesto di fare ad una coppia adottiva, neanche fossimo sorvegliati speciali o che so io. Insomma le assurdità potete rileggerle nei post passati dedicati a quest’aspetto, le ultime in pratica sono state il rifacimento di tutti i documenti già fatti per la nazionale, girare per notai, analisi mediche, timbri, apostille, legalizzazioni. Insomma dopo Milano e Roma ci aspettava Venezia. Qualche giorno prima andavano autenticate le copie di tutti i documenti per una nostra garanzia. Bene al comune di Firenze mi spediscono dall’impiegato al dirigente perché questa procedura non l’hanno vista fare per altre adozioni. Dagli a spiegare che ogni nazione segue procedure tutte sue, come del resto ogni provincia e regione d’Italia. Nada, niet, nisba. Non si racapezzano. Soprattutto con l’anagrafica (stato di famiglia, residenza, dichiarazione redditi, nascita, matrimonio, carichi pendenti…mi fermo) perché secondo loro dovrei fare una nuova richiesta visto che quei documenti sono già autenticati. Ho con me tutti gli originali per sicurezza, ma niente! E poi addirittura il documento dell’ASL secondo loro non era valido perché era una fotocopia. Intendiamoci: era una fotocopia nel senso che il medico competente ha preso questi fogli fotocopiati da riempire e timbrati. Ma insomma. Sto paese li vuole i figli oppure gli fanno schifo? Io sono convinto della seconda, e voi? E poi perché fare i tedeschi quando tutto sembra napoletano?

Comunque ripasso la mattina dopo e miracolo! Trovo tutto autenticato. Secondo me avevano capito delle cazzate dette. Comunque si parte per Venezia con macchina noleggiata e da incompetenti scambiamo la nostra Musa per macchina di una certa importanza.

A Venezia l’incontro secondo noi non va per il meglio. Forse ci aspettavamo che arrivati a questo punto non ci fossero ulteriori “indagini” o domande da parte dei nostri interlocutori a cui abbiamo affidato il nostro desiderio di essere genitori. Invece il colloquio diventa un serrato confronto un po’ acido che ci lascia sorpresi e come in una battaglia cerchiamo di rispondere (educati ma severi) affidandoci a qualche battuta tagliente, eccovi il seguente passo: la psi dice di aver visto l’album delle foto, io tanto per rompere il ghiaccio dico “belle, vero?” e lei mi fa “si mettono sempre le migliori”, allora rispondo “bè non mettiamo certe quelle venute sfocate”. Insomma tutto un po’ così; un po’ di terrorismo presentandoci situazioni per cui dovremmo spaventarci o ripensarci. Nonci è chiaro il perché di tutto questo. Perché dopo due anni di pesanti riflessioni, di un percorso lungo ed elaborato sentirsi dire ancora cose così? Li abbiamo scelti e pagati, loro ci hanno accettato e incassato. Perché. Comunque succede anche questo. Verso la fine ci salutiamo più rilassati. Io ed Eva Kant facciamo un viaggio di ritorno senza nessuna allegria, con tanti dubbi, tanta stanchezza, molta molta amarezza. Il riposo e il risveglio comunque sono il conforto del guerriero e due gentili lottatori come noi certo non si lasciano piegare dall’esasperazione di persone incontrate per caso e non per scelta. Così è se vi pare.

il filo dei due popoli

Agosto 9, 2008 by ubik

andate e ritorni

Agosto 1, 2008 by ubik

il grano delle macchine

Luglio 30, 2008 by ubik
Pat Bagley

’sto locale non mi decolla

Luglio 29, 2008 by ubik

una città n. 157

Luglio 29, 2008 by ubik